MATERIALI ALTERNATIVI ALLA TORBA
PER LA PREPARAZIONE DEI SUBSTRATI DI COLTURA
IMPIEGATI NEL VIVAISMO PROFESSIONALE


Paolo Marzialetti
1, Alberto Pardossi 2, Alessandro Pozzi 3

1 Centro Sperimentale per il Vivaismo (Ce.Spe.Vi.), Pistoia
2 Dipartimento di Biologia delle Piante Agrarie, Università di Pisa, Pisa
3 MAC Analisi e Certificazioni, Vertemate con Minoprio (Como)


Introduzione
Il mercato dei terricci per il vivaismo professionale e per l'hobbistica si è sviluppato negli ultimi trent'anni; prima di allora, infatti, le necessità delle aziende vivaistiche e dei giardinieri dilettanti venivano soddisfatte con miscele di materie prime reperite in loco (stallatici, terre di campo, foglie di faggio, aghi di pino). Il materiale oggigiorno più diffuso è sicuramente la torba, almeno in Europa. Anche se la torba è usata raramente tal quale, in termini ponderali è sicuramente la materia prima più utilizzata nella preparazione dei miscugli, come quelli con la perlite o la pomice che trovano largo impiego nel vivaismo ornamentale.
Per l'Italia, dove ci sono quasi duecento aziende che producono e/o commercializzano substrati sia vivaisti che per hobbisti, il consumo annuale di substrati si aggira sui 5 milioni di m
3, costituiti perlopiù da torbe bionde e brune importate dall'estero (Pinamonti e Centemero, 1997). Invero, una stima della IPS (International Peat Society; www.peatsociety.fi ) riportata da Frangi e Tandardini (2001) indica un consumo totale di torba per l'Italia assai più basso, circa 1 milioni di m3 (il 6% del consumo totale in Europa), ma questo numero sembra sottostimato. Infatti, soltanto per la zona vivaistica di Pistoia, la più importante in Europa con i suoi oltre 5000 ha di vivai, considerando una superficie di 1000 ha per le colture in vaso, si può calcolare un fabbisogno annuo di terriccio di 35-40 mila m3 per ha, pari a 350-400 mila m3 per anno, metà del quale è costituito da torba, in quanto il substrato tipico del vivaismo pistoiese è una miscela in parti uguali di torba e pomice.
Quanto detto sottolinea, quindi, l'importanza della torba per il settore vivaistico. D'altra parte, una serie di ragioni spingono a ricercare dei materiali alternativi alla torba. Infatti, i prezzi della torba crescono in continuazione in seguito all'incremento dei costi energetici che incidono su tutte le fasi del processo produttivo, compreso il trasporto dai paesi produttori del Nord-Europa o del Canada. Inoltre, aumenta la domanda di substrati “peat-free” in conseguenza di una campagna di stampo ambientalista condotta contro lo sfruttamento delle torbiere, in considerazione del valore naturalistico (in alcuni casi, anche archeologico) di questi particolari habitat e della natura di risorsa “non rinnovabile” di questo materiale, la cui formazione richiede in effetti migliaia di anni.
Tale campagna è stata ed è tutt'oggi particolarmente aggressiva nel Regno Unito, dove molte catene della grande distribuzione richiedono oggigiorno terricci “peat-free” e piante allevate in substrati praticamente privi di torba (Armstrong, 2004).
Occorre ricordare, inoltre, che la Commissione della Comunità Europea (CE) nel 2001 ha escluso dal rilascio del marchio comunitario di qualità ecologica (Ecolabel) i substrati di coltivazione che contengono torba o prodotti derivati. Tempo addietro si ventilava anche la possibilità che a Bruxelles si promulgasse una direttiva per vietare nel 2010 la presenza di torba nei substrati di coltivazione ad uso professionale e amatoriale.
Anche se a livello mondiale il consumo di torba per la coltivazione di piante è meno dell'0,4% del consumo totale di questo materiale (impiegato in larga misura per il riscaldamento, soprattutto in Scandinavia ed in Irlanda; Armstrong, 2004), la protezione delle torbiere ha indotto a misurarsi con il problema anche i produttori di torba che propongono soluzioni che, pur salvaguardando i siti di escavazione, ne consentano un oculato sfruttamento commerciale. Un'eventuale proibizione dell'uso della torba, in effetti, potrebbe avere sul settore vivaistico un impatto simile a quello provocato dalla proibizione del bromuro di metile per la sterilizzazione del terreno. Pertanto, in molte nazioni, come in Olanda (Armstrong, 2004) ed anche nel nostro Paese (ad es. Progetto PROBIORN dell'ARSIA della Regione Toscana, www.cespevi.it/probiorn) si sono avviati progetti per ricercare materie alternative alla torba che associno il basso costo a qualità fisiche, chimiche e biologiche ottimali.
In questo articolo, dopo aver brevemente illustrato le caratteristiche fisico-chimiche richieste ai substrati utilizzati nelle colture vivaistiche (quelle che di fatto rendono la torba il materiale “ideale”), sono esaminati alcuni materiali che potrebbero sostituire, anche solo parzialmente, la torba nella preparazione dei substrati impiegati nel vivaismo professionale.

Le caratteristiche fisico-chimiche dei substrati
Le funzioni ed i requisiti ai quali devono rispondere i substrati colturali si possono così riassumere: garantire l'ancoraggio della pianta, una soddisfacente capacità di ritenzione idrica, una sufficiente ossigenazione ed al contempo un ottimo drenaggio dell'acqua in eccesso, resistere al compattamento ed alla riduzione del volume durante la disidratazione; essere privi di patogeni, parassiti e sostanze tossiche; avere una buona capacità di tamponare il pH che deve essere sub-acido; possedere una certa capacità di scambio cationico; essere omogenei e stabili (cioè, capaci di mantenere nel tempo le proprie caratteristiche, soprattutto quelle fisiche) dal punto di vista chimico-fisico; avere un costo contenuto; essere facilmente reperibili; avere caratteristiche standardizzate.
Le caratteristiche chimiche (pH, contenuto salino e nutritivo, capacità di scambio ionico e di fissazione dell'azoto e del fosforo) condizionano gli interventi di fertilizzazione, realizzata attraverso l'aggiunta preventiva al substrato di concimi (idrosolubili e/o a lenta cessione) o per mezzo della fertirrigazione. Le caratteristiche fisiche, invece, determinano la capacità del contenitore di sostenere le piante e le sue proprietà idrauliche, che, in vero, sono assai più difficili da modificare delle proprietà chimiche.
La torba, materiale derivato dalla decomposizione di specie palustri (muschi, sfagni) in particolari ambienti acquitrinosi (asfittici), presenta le caratteristiche ideali per un substrato di coltivazione (Tabella 1): è leggera, omogenea, molto porosa, relativamente stabile, sicura dal punto di vista fitopatologico (anche se ci sono rischi di un inquinamento provocato dall'uso poco oculato dei diserbanti nelle torbiere), ha in genere un pH acido che però può essere facilmente aggiustato con l'aggiunta di carbonato di calcio. Queste caratteristiche la rendono adatto praticamente per la coltivazione di tutte le specie vegetali, comprese le piante acidofile. Fra le varie categorie di torbe disponibili in commercio, quelle di sfagno rappresentano il materiale di partenza più idoneo alla preparazione di substrati.

Tabella 1. Alcune caratteristiche fisiche e chimiche di materiali utilizzati per la preparazione di substrati di coltura.
Parametro Substrato ideale Torba di sfagno Compost Derivati del legno Fibra di cocco
Densità apparente (kg/L) 0,15 – 0,60 0,07–0,30 0,30-0,40 0,12-0,13 0,08 – 0,10
Porosità totale (% vol.) >85 >90 >80 >90 >90
Capacità per l'aria (% vol.) 20-30 15 - 40 20 - 30 45 – 50 10 - 20
Acqua disponibile (% vol.) 25-40 25 – 30 10 - 20 15 - 20 20 - 25
pH 4,5-6,0 2,5 – 3,5 7,0 – 8,0 6,0 – 6,5 5,5 – 7,0
Conducibilità elettrica (mS/cm) <2,0 0,20–0,60 1,5 – 3,0 0,60-0,80 0,20 – 0,50

Materiali alternativi alla torba
Al fine di giungere alla possibile sostituzione totale o parziale della torba sono state testate numerose materie prime. Non sono tuttavia da nascondere le molte limitazioni che caratterizzano la maggior parte delle materie candidate a tale sostituzione, nella scelta delle quali la ricerca si è spesso sbizzarrita affiancando a materiali organici (compost e fibra di cocco, tanto per citare i più conosciuti) con buone caratteristiche fisico-chimiche, altri di natura artificiale (spesso di recupero, come polistirolo, schiume di poliuretano, pellets di pneumatici esausti, ossa bovine frantumate ecc.), che presentano forti limitazioni all'uso e sui quali la bibliografia si esprime spesso in modo discordante.
Inoltre, le attività di ricerca sono state in alcuni casi indirizzate a materiali che, per le loro caratteristiche, sono destinati ad integrare i miscugli e non ad essere utilizzati singolarmente, se non con l'impiego di particolari tecniche di coltivazione. Tale è il caso dei materiali drenanti (perlite, pomice, pozzolana, argilla espansa ecc.) che sono utilizzati, in miscela, per incrementare la capacità per l'aria del substrato e, da soli, nelle colture idroponiche di ortaggi e fiori recisi.
Di seguito sono descritte le principali caratteristiche e proprietà delle materie prime che hanno mostrato le migliori attitudini all'utilizzo in campo florovivaistico, con particolare riferimento alla fibra di cocco, ai materiali ligneo-cellulosici ed al compost.

La fibra di cocco
La fibra di cocco (coir o coir dust), è stata recentemente introdotta in orticoltura e in floricoltura per la coltivazione fuori suolo; è molto diffusa, ad esempio, per la rosa da fiore reciso. Tale materiale viene utilizzato puro o in miscela e rappresenta una tra le più valide alternative all'utilizzo della torba, avendo caratteristiche fisico-chimiche molto simili (Tabella 1).
La fibra di cocco è un materiale di scarto derivato dalla lavorazione della noce di cocco.Il processo produttivo prevede la raccolta, il trasporto allo stabilimento, la preparazione degli involucri e la successiva frantumazione dei mesocarpi in una sorta di mulino a martelli, a seguito della quale si ottengono una serie di sottoprodotti di lavorazione. Le fibre lunghe vengono eliminate e utilizzate per altri scopi, quali la fabbricazione di cordami e stuoie, mentre i residui, composti da fibre corte e medie ed altro materiale, subiscono un processo di setacciatura mediante un vaglio rotante che ha lo scopo di separare dalla polvere la maggior parte della fibra residua. Si ottiene così un prodotto che viene generalmente indicato come “coir dust”, ossia fibra di cocco in polvere. Dopo la setacciatura, quest'ultima viene asciugata, confezionata in sacchi oppure compattata in mattonelle o in pani compressi.
Il prodotto finale è in taluni casi caratterizzato da un eccessivo contenuto di sali solubili dovuto alla coltivazione della palma da cocco in luoghi prossimi al mare. Il livello dei sali solubili è probabilmente il principale fattore di qualità: una salinità troppo elevata ed in particolare una eccessiva concentrazione di cloruro di sodio possono infatti condurre ad insuccessi della coltivazione in relazione alla specie coltivata, allo stadio di sviluppo della pianta ed alla tecnica colturale impiegata.
Diverse sono state le sperimentazioni condotte negli ultimi anni sulla fibra di cocco, allo scopo di caratterizzarne le proprietà fisico-chimiche e verificarne il comportamento in coltivazione.
In bibliografia si riscontrano risultati discordanti, a volte giustificati dall'eterogeneità del materiale, che assume proprietà differenti in relazione a fattori quali l'origine del prodotto e la dimensione delle fibre. Le esperienze condotte presso il MIRT della Fondazione Minoprio (Vertemate, Como) su piante da bordura e presso il Ce.Spe.Vi. di Pistoia su arbusti ornamentali hanno portato a risposte che incoraggiano l'utilizzo di tale materia prima, soprattutto in relazione alle sue eccellenti caratteristiche fisiche.
Merita ricordare che una miscela piuttosto diffusa nel pistoiese, in quanto commercializzata da un importatore locale, è quella ottenuta dalla combinazione del mallo di noce triturato“coir dust” citato sopra con il 10% circa di fibra di cocco, aggiunta per conferire un miglior drenaggio. Questo materiale ha una reazione abbastanza neutra e, se si esclude il caso delle piante acidofile, sostituisce abbastanza bene la torba nei substrati per le colture in contenitore.

Corteccia
Le cortecce derivano dagli scarti di lavorazione di alcune specie legnose (Pinus, Picea, Abies, Fagus, Quercus,….). Sono molto variabili e necessitano di particolari trattamenti di compostaggio e preparazione per stabilizzare il materiale, eliminarne le sostanze fitotossiche e ridurre il rapporto C/N. Le cortecce compostate presentano una buona capacità di tamponare il pH (subacido in partenza), un'elevata porosità e una buona capacità di ritenzione idrica; si prestano particolarmente bene per la radicazione delle talee. Molto usata, soprattutto in USA, è la corteccia di pino macinata in granuli di 0,5-2 cm di diametro, per le sue caratteristiche assai simili a quelle della torba di sfagno.

Le fibre di legno
Sono questi materiali ligno-cellulosici ottenuti come sottoprodotto dell'industria del legno, che arriva a produrre fino al 50-70% di scarti legnosi.
La produzione di fibra di legno richiede un processo meccanico (sfibratura) e termico (trattamento con vapore sotto pressione fino a 160-180°C) che provoca una decomposizione del materiale di partenza. A seconda delle tecnologie (di solito brevettate) utilizzate vengono poi aggiunti pigmenti naturali per colorare il substrato ed elementi minerali per stimolare la degradazione microbica. A seguito di un processo di stabilizzazione e omogeneizzazione, si ottiene un prodotto che può essere utilizzato tal quale o in miscela (fino al 30-80%) con torba, fibra di cocco, ammendanti compostati, cortecce.
Le fibre di legno sono caratterizzate da valori elevati della porosità e della capacità per l'aria, da cui ne risulta ridotta ritenzione idrica; tali caratteristiche obbligano l'utilizzatore ad un maggiore frazionamento dell'irrigazione (Tabella 1). Tra le proprietà chimiche più rilevanti troviamo il pH neutro o subacido, la ridotta dotazione in elementi minerali solubili e, di conseguenza, la bassa conducibilità elettrica (EC). Da sottolineare è anche l'elevato rapporto C/N della materia prima grezza, che può causare fenomeni di immobilizzazione dell'azoto da parte dei microrganismi presenti ed una riduzione della disponibilità di questo elemento nutritivo per la pianta in coltivazione. Le industrie produttrici hanno ovviato a tale inconveniente stabilizzando il prodotto commerciale con l'aggiunta di composti azotati.
Le esperienze condotte presso la Fondazione Minoprio su specie ornamentali da vaso fiorito (geranio e poinsettia) o per siepe (lauro e thuja) su alcuni materiali ligneo-cellulosici commercializzati in Italia (Toresa
Ò e BioCultaÒ) ne incoraggiano l'utilizzo in miscela con altre materie prime (torba o cocco). .

Compost
Il compost è il prodotto di una trasformazione, detto bioconversione aerobica, attuabile tramite diversi procedimenti produttivi e promosso dai microrganismi presenti nei materiali da compostare (biomasse) che possono essere di diversa natura: rifiuti urbani, fanghi di depurazione, scarti industriali o agricoli. Proprio per questa estrema eterogeneità sia delle biomasse che dei processi produttivi impiegati, il termine compost comprende in genere prodotti molto diversi tra loro, con caratteristiche fisiche e chimiche assai variabili.
Per regolamentarne la produzione, il legislatore ha inquadrato nella normativa sui fertilizzanti (Lg. n° 748 del 19/10/1984 e relativi aggiornamenti) gli ammendanti compostati, riconducendoli all'interno di tre diverse categorie e definendo per ognuna di esse i parametri agronomici ed igienico-ambientali da verificare ed i rispettivi limiti di qualità:
1) ammendante compostato verde, cioè il prodotto ottenuto a seguito del processo controllato di trasformazione e stabilizzazione di residui organici verdi (scarti della manutenzione del verde ornamentale, residui colturali, materiale vegetale in genere);
2) ammendante compostato misto, cioè il prodotto ottenuto a partire non solo da scarti vegetali ma anche dalla frazione organica derivante da residui solidi urbani, rifiuti di origine animale, rifiuti di attività agroindustriali, reflui e fanghi;
3) ammendante torboso composto, cioè la miscela di torbe con ammendante compostato verde e/o misto.
Pur introducendo la fondamentale distinzione tra ammendante compostato verde e ammendante compostato misto, all'interno d'ogni singola categoria i prodotti finali possono mostrare caratteristiche differenti dal punto di vista agronomico. Questo fatto ha contribuito a diffondere una cattiva reputazione del compost, poiché in certi casi ha una cattiva riuscita o provoca addirittura gravi danni alle colture in contenitore su cui viene impiegato; così, il suo utilizzo si limita a quello di ammendante organico del terreno.
Nelle colture florovivaistiche, soprattutto se in vaso, ove il volume di substrato in cui la pianta trascorre il suo intero ciclo colturale è estremamente ridotto, risulta dunque indispensabile approfondire la conoscenza delle caratteristiche fisico-chimiche del prodotto che si intende introdurre in azienda al fine di valutare correttamente l'effettiva possibilità di utilizzo, stabilire la percentuale (del prodotto) nella miscela e adeguare la tecnica di coltivazione in modo da ottimizzare le performance produttive. Inoltre, il compost utilizzato deve rispettare alcune caratteristiche e condizioni tali da non compromettere la sanità delle colture, quali l'assenza di fitotossicità e di semi vitali e la ridotta presenza di metalli pesanti.
Dal punto di vista chimico il compost possiedono in genere pH che varia dalla neutralità alla sub-alcalinità e una salinità compresa tra 1,5 e 3,0 mS/cm (Tabella 1);il contenuto in sostanza organica risulta generalmente inferiore a quello delle torbe. Il rispetto dei parametri di legge è garanzia di qualità e di buoni risultati produttivi, se l'utilizzatore ne è a conoscenza ed è in grado di adeguare le tecniche di coltivazione alla tipologia del substrato utilizzato.
Relativamente alle proprietà fisiche risulta più complesso fissare delle caratteristiche comuni dei compost che dipendono in effetti dal tipo di materiale di scarto utilizzato, dalla sua provenienza e dal processo di vagliatura che il prodotto finale ha subito. In generale il compost ha un'elevata porosità ed una buona capacità di ritenzione idrica (Tabella 1).
Negli ultimi anni si è andato affermando un nuovo tipo di compost, denominato di “qualità”, che ha delle caratteristiche interessanti ed anche una miglior riuscita nell'impiego vivaistico. Questo prodotto, ottenuto con biomasse selezionate alla fonte e attraverso un processo di bioconversione aerobica controllata, risponde agli standard stabiliti dalla legge 748/84 (e sue modifiche). Le biomasse impiegate possono essere scarti “verdi” (potature, sfalci, fogliame) eventualmente integrati con altri materiali ligneo-cellulosici (trucioli, cassette, pancali) e/o matrici ad elevata fermentescibilità, come gli scarti di origine alimentare o di lavorazioni dell'agroindustria, i fanghi biologici o la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU).
Da alcuni anni presso il Ce.Spe.Vi. di Pistoia sono testati diversi compost di “qualità” prodotti nell'impianto di Montespertoli (FI) dalla società Publiambiente, che è il secondo operatore del settore ambientale in Toscana ed il primo per la quantità e qualità della raccolta differenziata. Questo compost viene ottenuto con la FORSU ricavata dalla raccolta differenziata, a cui vengono miscelati in varia misura altri materiali ligneo-cellulosici per livellare le variazioni qualitative stagionale dei rifiuti. Con l'aumento e la diffusione della raccolta differenziata nel nostro Paese, il compost di “qualità” sarà sempre più diffuso e disponibile in notevoli quantità e pertanto potrebbe essere in grado di soddisfare la richiesta del settore.
La realizzazione di sperimentazioni sull'impiego del compost di “qualità” in parziale sostituzione della torba, è stata promossa dalle stesse aziende vivaistiche pistoiesi, per le quali questo materiale appare davvero interessante, potendo consentire dei notevoli risparmi sul costo di acquisto dei terricci . Ciò apre un'altra interessante prospettiva. Infatti, il settore florovivaistico produce ingenti quantità di biomasse (potature, sfalci, scarti di coltivazione, svasature e residui verdi) che creano attualmente notevoli problemi di smaltimento e che invece potrebbero essere proficuamente utilizzate per la produzione del compost di “qualità”. In tal modo questi materiali verrebbero riciclati, ritornando nelle aziende sotto forma di terricci di coltivazione.
Alcune prove condotte al Ce.Spe.Vi. hanno fornito buoni risultati, dimostrando di poter surrogare tranquillamente la torba nella misura del 10-20% nella preparazione di substrati colturali. Aumentando la percentuale, in alcuni casi si sono riscontrati dei problemi. Talvolta, infatti, è stato verificato un processo di maturazione del compost non perfettamente completato; ciò provoca una ri-fermentazione del materiale che a sua volta determina una “fame di azoto” nelle piante (è tanto più evidente quanto maggiore è la frazione di compost aggiunta al terriccio). è necessario quindi verificare che la partita di compost consegnata in azienda sia ben matura; a tal scopo, può esser sufficiente controllare che all'interno del cumulo non si produca un sensibile surriscaldamento, indice di una fermentazione in corso. In altri casi la salinità del compost è stata troppo elevata e pertanto si è reso necessario ridurre la percentuale di miscelazione, soprattutto nei sistemi di coltivazione con ricircolo delle acque di drenaggio, dove maggiore è il rischio della salinizzazione del substrato col progredire della coltivazione. È sempre consigliabile fare dei test su vari miscugli controllando i principali parametri (pH e conducibilità elettrica) per stabilire il rapporto di miscelazione ottimale.
Un particolare problema che può essere incontrato con i compost da FORSU è legato alla struttura fisica. Infatti, la sua granulometria è in genere assai minuta e pertanto il suo impiego in un miscuglio, oltre una certa percentuale, tende a costipare il substrato riducendone la capacità di drenare l'acqua e creando così un ambiente asfittico per gli apparati radicali. La granulometria di questo tipo di compost è legata al sistema di preparazione, che ha cicli molto serrati ed ottimizzati per minimizzare i tempi di lavorazione. Le biomasse sono finemente triturate per accelerare il processo di bioconversione aerobica, che, attraverso varie fasi, ha una durata di circa un mese. Il prodotto ottenuto è poi vagliato finemente per selezionare solo la frazione ben compostata che viene tenuta per circa due mesi in cumuli periodicamente rivoltati (per completare la maturazione), mentre il residuo viene reimmesso nel ciclo. È evidente che, con un simile ciclo produttivo, non è possibile ottenere un compost di granulometria più grossolana poiché questo aumenterebbe i tempi di compostaggio, oppure porterebbe ad ottenere un prodotto non perfettamente stabilizzato e soggetto a quindi a rifermentazione. Nell'operare la miscela dei vari componenti dei substrati è necessario, quindi, tenere in considerazione questo fattore e dosarli bene, in funzione della loro granulometria, per non realizzare un terriccio troppo “pesante”.

Lolla di riso
La lolla è un sottoprodotto della lavorazione del riso, costituito dalle glumelle che avvolgono la cariosside del cereale. L'utilizzo in campo florovivaistico è stato sperimentato nella costituzione di miscele di materie prime differenti, previo un processo preliminare di sterilizzazione del prodotto grezzo. In genere la percentuale di utilizzo nella miscela non supera il 30%.

Alghe e depositi di Posidonia oceanica L.
La disponibilità sul mercato di materie prime di rifiuto quali le alghe o la graminacea marina Posidonia oceanica L. ha spinto alla sperimentazione dell'utilizzo di tali materie prime compostate in campo florovivaistico, con risultati limitati, anche se non sono stati segnalati particolari problemi al loro utilizzo. L'eccesso di sali e la presenza di silicio nella materia grezza sono risolti mediante dei lavaggi abbondanti. Indispensabile risulta, comunque,monitorare le proprietà fisiche del prodotto prima di introdurlo in azienda.

Materiali drenanti
Diversi i materiali utilizzati oggi in campo florovivaistico per incrementare il potere drenante del substrato di coltivazione, la maggior parte di essi derivati da rocce e minerali di origine vulcanica. Tali materiali sono utilizzati allo scopo di aumentare la porosità e la capacità per l'aria dei substrati, o singolarmente nelle colture idroponiche. I più utilizzati e disponibili sul mercato sono la perlite, la pomice, il lapillo, l'argilla espansa, la lana di roccia, la zeolite, la pozzolana. Per lo più trattasi di prodotti chimicamente inerti con pH prossimo alla neutralità.

CONCLUSIONI
Numerosi sono i materiali proposti in alternativa alla torba per la preparazione dei terricci. Anche sulla base delle esperienze condotte in Italia da centri di ricerca come quelli della Fondazione Minoprio di Vertemate e del Ce.Spe.Vi. di Pistoia, i materiali che sembrano suscitare maggiore interesse sono la fibra di cocco, i materiali ligneo-cellulosici preparati con gli scarti dell'industria del legno ed i compost di qualità.
La diffusione su larga scala di questi materiali come surrogati della torba richiede che non siano più considerati come un prodotto di un sistema per lo smaltimento di rifiuti, ma che siano inseriti in una vera e propria filiera di produzione in grado di rifornire il mercato con prodotti di qualità standardizzata e certificata, prima che a basso costo. La diffusione di questi materiali richiede, in ogni caso, oltre ad un'attenta analisi degli effetti sui bilancio aziendale, il perfezionamento della tecnica di concimazione e di irrigazione, un po' come accadde cinquanta anni fa quando la torba sostituì i miscugli a base di terra.

RINGRAZIAMENTI
Lavoro realizzato con contributo dell'ARSIA (A.R.S.I.A. - Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione nel settore Agro-forestale) della Regione Toscana (Progetto PROBIORN, Produzione biologica di piante ornamentali; www.cespevi.it/probiorn).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE



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