Il grande freddo del 1985

a cura di Eugenio Ciuti

Quale testimone di quell'evento eccezionale che fu la gelata del 1985, ritengo opportuno, prima di ricordare quei giorni drammatici in cui tutto sembrava distrutto, fare alcune riflessioni di ordine generale sui cambiamenti climatici in atto.

Dal vertice mondiale sul clima, tenutosi a Nairobi nello scorso mese di Novembre, sono giunti segnali non molto tranquillizzanti sulla salute del nostro pianeta. I polmoni della terra - oceani e foreste - nei prossimi decenni rischiano di trasformarsi da assorbitori a emettitori di anidride carbonica: in una parola, in inquinatori.
La corrente del golfo, che trasportando calore dai tropici rende più miti le temperature dell'Europa nord occidentale, per effetto dell'aumento di temperatura e di una modifica della salinità, mostra nuovi segnali di rallentamento; facendo ipotizzare per il prossimo secolo il rischio di un forte rallentamento o di una interruzione, con conseguente calo delle temperature nel nord Europa: uno scenario verificatosi l'ultima volta 13mila anni fa. Chi parla di una nuova era glaciale non è affatto lontano da quello che potrebbe succedere.
Sono sempre più preoccupanti altri segnali che vengono dal fronte del riscaldamento climatico: dal tasso di diminuzione annuo dei ghiacciai, dall'avanzata dei deserti, dalla riduzione del manto forestale. Per la fauna sono a rischio estinzione 12mila specie animali.
Una scenario fosco che potrebbe verificarsi fra i 2050 e il 2100, se si continuasse a far fronte ai bisogni energetici utilizzando quasi esclusivamente i combustibili fossili, come accade adesso, alla faccia del protocollo di Kyoto, che tutti i paesi sviluppati dicono di voler rispettare, ma che quasi nessuno rispetta.
L'equipaggio di questa navicella spaziale terrestre, composto da oltre 6 miliardi di esseri umani, o riesce a razionalizzare le sue risorse di bordo, soprattutto utilizzando sempre più fonti di energia alternativa ai combustibili fossili, o altrimenti è destinata, in un tempo che nessuno è in grado di ipotizzare, a perdersi nel cosmo.

Ho voluto fare queste riflessioni, senza allarmismi, ma per richiamare anche l'attenzione sugli aspetti comportamentali che ognuno di noi deve avere per la salvaguardia dell'ambiente; perché è dalla totalità dei comportamenti individuali coerenti che nasce una vera cultura ambientalista. Gli eventi calamitosi sono, purtroppo, fenomeni ricorrenti che arrecano sempre danni più o meno gravi, alle colture e alle strutture agrarie. Da questi fenomeni bisogna abituarsi a difendersi nei limiti del possibile, anche in via preventiva.
Senza scomodare il passato remoto, nella nostra regione, si ricordano quelli più importanti degli ultimi cinquant'anni quali: la gelata del 16 febbraio 1956, l'alluvione del 4 novembre 1966, la gelata del 13 gennaio 1968 per arrivare infine alla gelata del gennaio 1985.
In quell'anno del 1985, per tredici giorni consecutivi la temperatura minima scese sotto lo zero, fino a toccare nei giorni 10, 11 e 12 minime rispettivamente: di meno 10,6 meno 13,0 e meno 12,6.
Va detto che il freddo di gennaio è il tipico freddo invernale, che cade quindi in un'epoca nella quale le piante "tolleranti" hanno sviluppato il meccanismo di acclimatazione e sono nella fase di maggiore resistenza. Tuttavia le pratiche di forzatura in vivaio da un lato, che ritardano o modificano l'acclimatazione, e la rigidità e la durata dell'ondata di freddo determinarono una serie di danni alle piantagioni.

In quella occasione la VISPER, che gestiva il Centro Sperimentale per il Vivaismo, promosse un'indagine al fine di analizzare scientificamente i sintomi dei danni prodotti dal gelo sulle piante da vivaio e soprattutto studiare la loro evoluzione nel tempo.
L'indagine venne condotta con diversi rilievi successivi, per la raccolta dei dati, effettuati grazie alla collaborazione del C.N.R., dei tecnici dell'E.T.S.A.F. e di numerosi vivaisti.
A conclusione del lavoro venne organizzato un convegno (11 dicembre 1985) per l'esposizione dei risultati delle indagini sui danni, allo scopo di fornire agli operatori del settore quelle indicazioni che potevano contribuire al ripristino delle coltivazioni danneggiate e a renderli più preparati ad affrontare eventi di questa natura.

In merito ai provvedimenti legislativi per la ripresa produttiva delle aziende colpite, vi fu una mobilitazione della categoria e l'interessamento concreto delle Istituzioni locali e Regionali che portò in breve tempo alla modifica della complessa legislazione sulle calamità naturali rendendola più snella negli adempimenti procedurali.
Questa volta l'intervento pubblico fu tempestivo e generoso, assicurando alle aziende i mezzi necessari per riprendere il ciclo produttivo così bruscamente interrotto.
A onor del vero bisogna riconoscere oggi che l'impiego razionale di quei mezzi, da parte degli imprenditori, fece compiere al vivaismo un salto di qualità nell'organizzazione produttiva aziendale che ha permesso alla nostra produzione di crescere e migliorarsi, fino a primeggiare sui mercati internazionali.
Dicembre 2006


Foto dell'archivio del Centro, scattate durante i rilievi dei danni da gelo, nell'inverno 1985



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