Attenzione al “bruco americano”!

C.Parrini - Regione Toscana, A.R.S.I.A.


L’elevata dannosità riconosciuta all’Ifantria americana (Hyphantria cunea) obbligherà ad una grande attenzione i produttori vivaisti dell’intero comprensorio pistoiese, territorio di nuova e recente conquista da parte del predetto lepidottero defogliatore.

Risalgono al 1993 le prime sporadiche e limitate defogliazioni rilevate su latifoglie adulte o in crescita nei terreni a vivaio dell’area a sud-est di Pistoia (frazioni di Nespolo, Chiazzano, Canapale, Badia a Pacciana, S.Pierino, ecc.).

Effetti ben più vistosi e preoccupanti quelli accertati sulle chiome delle piante infestate nel corso della stagione vegetativa ormai conclusa.

In questa nota sono riportate brevi notizie sulla biologia e dannosità dell’insetto, ancora non ben conosciuto dalla gran parte dei produttori pistoiesi. Gli stessi intendiamo sollecitare ad una assidua sorveglianza degli sviluppi dell’infestazione ed alla messa in atto di tempestivi ed efficaci interventi di difesa, volti a un duplice fine: quello di impedire un ulteriore acuirsi dei danni a carico di numerose specie di latifoglie arboree e arbustive in crescita nei vivai e quello altrettanto importante, di evitare il diffondersi dell’Ifantria, tramite invio di vegetali infestati, ad altre aree della Toscana o di altre Regioni del centro-sud ove ancora non è nota la dannosità della farfalla.

L’Ifantria americana: diffusione e biologia

L’adulto dell’Ifantria, lepidottero della famiglia Arctiide, nella forma “textor” assume le sembianze di una farfalla completamente bianca, di modeste dimensioni (lunghezza del corpo: 11-15 mm; apertura alare: 24-36 mm). Meno frequente, è conosciuta anche una forma (“typica” o “cunea”) con macchie nerastre presenti in vario numero sulle ali anteriori.

Allo stato larvale (bruco) l’insetto svela la sua spiccata attitudine di defogliatore rendendosi artefice di estese o totali distruzioni fogliari sulle chiome di numerose latifoglie. Nel nostro Paese 56 specie arboree e arbustive sono state sinora censite come ospiti primari o secondari; a queste si aggiungono decine di altre specie vegetali (comprese numerose erbacee) che possono offrire occasionalmente opportunità alla larva dell’Ifantria di completare il proprio sviluppo.

La farfalla ha nel continente nordamericano la sua area di origine, come peraltro lascia intendere l’appellativo con cui è comunemente nota. Introdotta accidentalmente in Ungheria nel 1940 si è poi velocemente diffusa, negli anni ‘40-‘50, all’intera area balcanica, all’Austria, Germania, Francia, Svizzera. E’ nota anche in estremo oriente (Cina, Corea, Giappone).

Il nostro Paese è riuscito a sottrarsi alla pericolosa farfalla fino alla metà degli anni ‘70. Reggio Emilia è stata la prima provincia ove si è palesata la sua dannosità e inarrestabile è stata, in seguito, la conquista dell’intera area padana. Attualmente l’Emilia Romagna tutta ed estesi territori del Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia devono sopportare la presenza del famelico bruco. La sua comparsa in Toscana si fa risalire al 1991, in provincia di Siena. Di poco successive le prime segnalazioni relative ad alcune zone costiere delle Marche.

La biologia dell’insetto, in breve, vede le crisalidi formatesi in fine estate-inizio autunno dare origine, allo scadere di aprile e nel maggio dell’anno seguente, agli adulti di prima generazione. Le femmine depongono centinaia di uova riunite in placche bianco-verdastre aderenti alla pagina inferiore delle foglie. Le larve sgusciate dalle uova erodono dapprima l’epidermide della foglia che le ha viste nascere e, nel contempo, iniziano a tessere una leggera tela sericea che progressivamente si amplia inglobando più foglie vicine di uno stesso ramo, in tal modo rendendosi ben visibile anche perché, di norma, sviluppata sulle parti esterne medio-alte della chioma, in posizione soleggiata.

Le giovani larve in accrescimento, ancora gregarie all’interno del nido sericeo, procedono a distruzioni sempre più marcate dei lembi fogliari fino a lasciarne intatte - e non sempre - solo le nervature principali. Al raggiungimento della 5^ età abbandonano i nidi e, solitarie, si disperdono sulla chioma alla ricerca di nuove foglie da erodere, portate dai rami in prossimità del nido. Completato lo sviluppo (a maturità raggiungono mediamente i 3,5 cm in lunghezza, fornite di lunghi peli bianchi e nerastri) si incrisalidano e già nello stesso mese di luglio è rilevabile un secondo volo degli adulti, molto più numeroso di quello primaverile.

Le larve di 2^ generazione completano il loro sviluppo durante il mese di agosto. Data la scalarità delle ovodeposizioni e delle nascite, larve intente a nutrirsi voracemente a spese degli apparati fogliari delle piante ospiti si possono scorgere anche nella prima parte di settembre.

Nel nord del nostro Paese è spesso rilevato l’inizio di una terza generazione, non il suo completamento. In Toscana è accertato che parte della popolazione dell’Ifantria può iniziare a completare, in ottobre inoltrato, una terza generazione quando il decorso estivo sia di stimolo, per elevati valori termici, ad un precoce incrisalidamento in agosto e alla nascita di nuovi individui ai primi di settembre.

Dannosità dell’Ifantria nel vivaismo pistoiese: le piante ospiti.

Prevedibilmente, in risposta a un progressivo aumento della densità della popolazione del fitofago nell’area vivaistica considerata è andata arricchendosi, nel triennio di osservazioni, l’elenco degli ospiti vegetali individuati fra le latifoglie arboree e arbustive e idonei al completamento dello sviluppo larvale dell’Ifantria.

Di questi alcuni sono notoriamente ascritti a ospiti preferiti e su questi la presenza del bruco si evidenzia con maggior frequenza, associata a dannosità elevata. Tali sono il Gelso (Morus sp.) e l’Acero americano (Acer negundo). Anche in vivaio l’entità delle defogliazioni assume massimo rilievo sulle specie di Morus coltivate (M. alba, M. alba ‘Pendula’, M. nigra, M. platanifolia) e su Acer negundo e sue varietà orientali: ‘Variegatum’, ‘Aureovariegatum’, ‘Flamingo’, ‘Odessanum’. Frequente è stato il rinvenimento del bruco anche su Liquidambar styraciflua, Acer platanoides ‘Crimson King’, Fraxinus sp.

Con minore frequenza sono state accertate defogliazioni su giovani esemplari di Tiglio, Platano, Acero riccio, Pioppo bianco, Ciliegio da fiore, Prunus cerasifera ‘Pissardii’. Sporadiche, al momento, le perdite fogliari rilevate su Cercis siliquastrum, Crataegus oxycantha ‘Paul’s Scarlet’, Cotinus coggygria ‘Royal Purple’, Quercus rubra.

Va definendosi una cerchia di ospiti anche tra le latifoglie arbustive. La presenza dei nidi sericei si è fatta già notare su Viburnum opolus, Weigela rosea, Cornus sp., Prunus laurocerasus, Corylus avellana ‘Contorta’, Corylus maxima ‘Purpurea’.

Soggetta a sviluppi rovinosi degli stadi larvali dell’Ifantria anche le chiome di specie fruttifere: frequenti alla nostra vista estese o totali defogliazioni su chiome di piante adulte di susino (particolarmente appetito), ciliegio, pero, melo, kaki, noce, nocciuolo presenti sulle superfici a vivaio o nei giardini e orti di privati. Senza difficoltà alcuna è stato possibile documentare perdite riconducibili alla attività trofica delle voraci larve anche a spese della locale produzione vivaistica delle specie fruttifere citate.

Difesa.

Una scarsa attenzione agli sviluppi dell’Ifantria abbiamo avvertita presso qualche produttore fra quanti da noi visitati nel corso dei sopralluoghi effettuati nella precedente stagione e, nella circostanza, debitamente informati sulla pericolosità dell’insetto.

E’ occasione questa per ribadire l’assoluta necessità di combattere il “bruco americano” nei terreni a vivaio, non foss’altro per impedirne la diffusione ad altre aree geografiche. Occasione altresì per ricordare che sulle giovani piante in vivaio il controllo dell’infestazione può conseguirsi senza necessità alcuna del ricorso a trattamenti insetticidi se qualche attenzione si presta in periodi ben precisi del ciclo evolutivo annuale dell’Ifantria, quelli in cui prendono forma i nidi sericei: in fine maggio- prima parte di giugno e fine luglio- prima parte di agosto.

In vivaio la raccolta e la distruzione dei nidi, con o senza l’ausilio di svettatoi, è operazione generalmente resa agevole dal modesto sviluppo delle piante e dall’appariscenza dei nidi fin dal loro primo formarsi, quando ancora inglobano poche foglie irretite da leggera tela sericea, e che - come già ricordato - si sviluppano di norma in posizioni esterne alla chioma, soleggiate. L’operazione, beninteso, ha senso solo se all’interno dei nidi vive ancora l’intera popolazione larvale nata dall’ovatura.

Qualora si accerti una fase dispersa sulla chioma delle larve fuoriuscite dai nidi si rende necessario il ricorso a irrorazioni insetticide. Contro popolazioni larvali pervenute a detto stadio avanzato di sviluppo possono risultare ancora efficaci i bioinsetticidi a base di Bacillus thuringiensis var. Kurstaki, a dosi convenientemente aumentate (200-300 g/hl f.c.). Invero detti prodotti microbiologici dimostrano efficacia totale nei confronti di giovani larve e verso primi sviluppi larvali vengono pertanto consigliati (in tale caso alla dose di 100 g/hl f.c.). Il loro impiego, fra l’altro, soddisfa appieno l’esigenza di salvaguardare i limitatori naturali dell’Ifantria (predatori e parassitoidi) al momento pressoché latitanti ma che, in divenire, potrebbe recare un prezioso e sostanzioso contributo al contenimento della dannosità della farfalla.

In vivaio è ammissibile anche il ricorso a insetticidi di sintesi chimica. Si abbia l’accortezza di utilizzare prodotti a ridotta tossicità, bassa persistenza e alle dosi di impiego minime riportate in etichetta. Il “bruco americano”, molto sensibile all’azione di contatto e ingestione svolta dai comuni insetticidi, non richiede assolutamente prodotti altamente tossici, persistenti e scarsamente selettivi, di ostacolo al costituirsi di equilibri fra fitofago e suoi nemici naturali che richiedono invece di essere, responsabilmente, agevolati.


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